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13/07/2009

Entretien avec Costanzo Preve

Risposte di Costanzo Preve a sette domande poste dalla rivista  francese « Rébellion » ( traduction en français dans notre numéro 37) .

R/ Tu respingi la pertinenza della dicotomia Sinistra/Destra. E sei stato, sembra, vilipeso per questo in Italia. Puoi spiegare il tuo pensiero in proposito, insieme con la genesi di questo pensiero? E come bisogna fare per tradurre politicamente la critica di questa dicotomia ?

Gli attacchi cui sono fatto oggetto in Italia (insieme alla rottura, o all’indebolimento di amicizie decennali) non hanno potuto minimamente modificare il mio programma di lavoro e di ricerca, che è di cento et ottanta gradi, e quindi non può accettare il ricatto di chi ti vuole imporre che sia solo a noventa gradi. Chi cerca vie nuove deve sempre pagare dei prezzi, e ritengo i prezzi da me pagati minimi. In quanto insegnante in pensione, non ho dovuto pagare prezzi economici (espulsioni politiche, licenziamenti, mancate assunzioni, eccetera). Ancora una volta, ha funzionato il principio marxista per cui la libertà spirituale è possibile soltanto sulla base di una precedente libertà materiale, in questo caso il funzionariato pubblico.

Gli attacchi hanno avuto tre ragioni essenziali. Primo, la mia negazione argomentata della pertinenza attuale (in particolare in Italia, in cui la dissoluzione del comunismo ha comportato un’adesione totale al neoliberalismo ed all’impero USA sconosciuta nel resto d’Europa) della dicotomia Destra/Sinistra como criterio attuale di orientamento nella grandi questioni politiche, economiche, geopolitiche e culturali. Secondo, l’aver concesso interviste e collaborazioni a riviste e periodici considerati pregiudizialmente di « destra », fra cui le riviste in lingua francese di Alain de Benoist. Colgo l’occasione per dire che non considero le riviste di de Benoist di « destra », ma le considero anzi riviste di critica all’ attuale evoluzione « mercatistica » della destra. Dovessi definirle in una parola, le definirei « riviste critiche ad apertura di cento ed ottenta gradi ». Terzo, l’aver pubblicato alcuni libri senza aver fatto nessuna distinzione fra editori considerati di « sinistra » (Bollati Boringhieri, Citta’del Sole) ed editori considerati di « destra » (Settimo Sigillo, All’insegna del Veltro). Sapete bene come è difficile pubblicare se si è al di fuori di circuiti universitari o politici « protetti ». Io ho sempre e solo chiesto due cose : nessuna richiesta di denaro per la pubblicazione, e nessuna censura esplicita o implicita. Mi sembrava di avere, per così dire « giocato pulito ».

Così non è stato. In modo un pò ingenuo, pensavo che così come un giudice si esprime con le sue sentenze, ed un medico con i suoi referti e le sue diagnosi, nello stesso modo un filosofo si esprime con le sue posizioni, del tutto indipendentemente del colore della copertina del libro in cui queste posizioni sono espresse. Ovviamente così non è. Nel mondo manipolato della paranoia politica ed identitaria di appartenenza tribale, le posizioni filosofiche non contano nulla, e solo il colore della copertina conta. Si tratta di un problema che non ha soluzione, perchè il problema stesso pretende di essere la sua soluzione, il che comporte un circolo vizioso. Io sono un pensatore certamente originale, ma anche molto modesto. Sono sicuro che se pensatori como Sartre o Althusser avessero pubblicato con editori considerati « impuri », sarebbero stati anche loro silenziati.

Il mio pensiero in breve è questo : la dicotomia Destra/Sinistra ha nel complesso espresso un insieme di vere contraddizioni politiche e sociali, grosso modo nei due secoli 1789-1989 ; questa dicotomia tende però a venir meno con l’ingresso in una nuova fase del capitalismo, che Hegel avrebbe definito « speculativa » e non piu dialettica, in cui la struttura delle classi antagonistiche c’è ancora, ma non può più essere connotata come conflitto fra una borghesia ed un proletariato nel vecchio senso del termine ; e pertanto, se è vero che ci troviamo in una inedita fase di un capitalismo assoluto postborghese e postproletario, e quindi anche politicamente postfascista e postcomunista, in cui si è rotta la vecchia alleanza fra intellettuali e salariati (Boltanski-Chiapello), allora è inevitabile che tutte le vecchie categorie politico-culturali dicotomiche vengano riscritte e ridifinite ; ma tutto questo è impedito, per ora, dal potere inerziale di rallentamento delle strutture istituzionali delle tre strutture di dominio (ceto politico di amministrazione sistemica privo di coscienza infelice; circo mediatico di manipolazioni spettacolare ; clero intelletuale universitario di filosofia e di scienze sociali) ; questo rallentamento non può durare per sempre, ma può durare ancore per tutto il corso della vita terrena di chi è oggi entrato nella terza età, e forse anche addirittura della seconda età. La genesi del mio pensiero deve essere ricostruita da altri, perchè ogni punto di vista autobiografico su se stessi è per definizione privo di credibilità. Ma se devo rispondere a ogni costo, direi che la genesi deve essere trovata in un processo di autocritica radicale interno al punto di vista rivoluzionario marxista di estrema sinistra cui ho aderito in gioventù, nei tre paesi in cui ho vissuto e di cui conosco bene la lingua e la situazione politica (Italia, francia, Grecia). Questa autocritica politica radicale, durata decenni, si è ovviamente accompagnata ad inevitabili delusioni esistenziali ed alla rottura, a volte tragica ed a volte comica, ma sempre tragicomica, di precedenti appartenenze e solidarità politiche e culturali. Ma qui la mia esperienza personale raggiunge l’esperienza dei membri della mia generazione politica, quella del quarantennio 1960-2000.

Cosa bisogna fare per tradurre politicamente la critica di questa dicotomia ? E’ noto che la principale difficoltà pratica e quotidiana sta nell’essere confusi e diffamati come « fascisti infiltrati » nel corpo della sacra vera sinistra politicamente corretta. Costoro non sono certamente i nemici principali, ovviamente, ma sono gli avversari diretti immediati che di fatto impediscono la comunicazione politica e la legittimazione culturale pubblica di questa posizione. A breve termine, sulla base di una valutazione realistica, priva di inutili lamentele, necessariamente impotenti, ritengo che purtroppo non siano ancora maturate le condizioni politico-culturali per il superamento di questo ostacolo. Vorrei ovviamente che non fosse così, ma per ora è così. Mi rendo perfettamente conto che ci si logora assai presto quando il novantacinque per cento dei propri sforzi deve essere concentrato a chiarire che non si è dei seguaci di Barbablù, Landru, il marchese di Sade e Jack lo Squar-tatore.

Così come l’illuminismo fu la precondizione culturale indispensable per la successiva formazione di organizzazioni politiche, nello stesso modo ritengo che sia necessario oggi un nuovo equivalente del vecchio illuminismo, che porti alla luce un nuovo scenario simbolico-filosofico, che faccia a poco a poco svanire non soltanto la dicotomia Destra/Sinistra, ma anche tutto il circo delle dicotomie che la accompagnano (Ateismo/Religione, Progresso/Conservazione, Borghesia/Proletariato nel vecchio significato del termine, Fascismo/Antifascismo, Comunismo/Anticomunismo, eccetera). Queste dicotomie, oggi, non sono semplici errori, ma si sono incorporate in strutture materiali di potere e di legittimazione. La forza d’inerzia di queste strutture parassitarie è enorme.

E tuttavia, questa non è una ragione per ritirarsi alla vita privata, o ad una simplice testimonianza culturale, pure, necessaria. Il « militante » di questa posizione deve, purtroppo, sapere che l’ostacolo simbolico della diffamazione sara’devastante. Eppure, se non fosse così, vorrebbe dire che la propria proposta è inocua ed irrilevante. Ma proprio perchè questa proposta non è innocua ed irrilevante, ma è potenzialmente esplosiva e dirompente, proprio per questo ci si può aspettare che il « vecchio mondo » simbolico lotti con le unghie e con i denti prima di scomparire.

R/Che significa essere « marxisti » oggi ? E che significato ha la tua posizione di « comunista critico » ?

Dichiararsi « comunista critico » è una tautologia, in quanto è impossibile non essere insieme comunista e critico nello stesso tempo. Come ha correttamente rilevato Emmanuel Renault, il pensiero di Marx si basa sull’idea di critica come suo fondamento essenziale, da cui (ma forse questo Renault non lo sostiene) deriva che la sua stessa pretesa di veritativita’ deriva di lì . Si tratta peraltro di quello che Kant chiama giudizio analitico, in cui il predicato è contenuto nel sogetto. Il comunista è critico come il corpo è esteso.

E allora –si dirà- come si spiega che storicamente la stragrande maggioranza dei comunisti reali (non quelli platonicamente ideali o weberiamente idealtipici) non sono stati critici, ma sono stati a-critici, e cioè dogmatici ? Lo stesso Marx lo spiega. Quando una teoria originariamente critica viene ideologicamente incorporata in strategie di legittimazione del potere, si innesta la falsa coscienza necessaria degli agenti storici, che viene « organizatta » in strutture amninistrative di potere. Si tratta di un fenomeno dialettico, che una simplice lettura della Fenomenologia dello Spirito di Hegel permette di concettualizzare. L’idea di critica si rovescia dialetticamente in ideologia di legittimazione, non appena la falsa coscienza necessaria degli agenti storici se ne impadronice, se la situazione storica oggettiva non consente una elaborazione comunitaria maggiormente adeguata alle possibilita’ storiche concrete.

Personalmente, più che un « marxista critico », io sono un marxista che cerca, quasi

sempre invano, di essere critico. A volte ci riesco, ed a volte invece no.

In quanto a cosa significa essere marxisti oggi, bisogna chiederlo ai vari marxisti ancora in attivita’. Io posso rispondere solo per me stesso, utilizzando necessariamente la paroletta « io », che lo srittore italiano Carlo Emilio Gadda definì una volta “il più odioso dei pronomi”. Per ragioni di spazio, sono costretto ad una estrema sinteticita’.

In primo luogo, sarei tentato spesso di seguire l’indicazione del mio defunto amico Jean-Marie Vincent, per cui la prima cosa che deve fare chi vuole ricollegarsi a Marx è “sbarazzarsi del marxismo”. Ma il contesto simbolico in cui mi trovo mi costringe controvoglia a rivendicare fieramente il mio marxismo come provocatorio segnale del mio rifiuto di unirmi alla pittoresco banda dei “pentiti del Sessantotto”. Non si tratta tanto del vecchio e glorioso épater le bourgeois, anche perchè nel frattempo il bourgeois si è fatto irreperibile ed ha interamente « libberalizzato » il suo potenziale di indignazione. Se ci dichiaramo marxisti con un post-borghese di oggi, egli risponderà come Sade: « Français, encore un effort ! ».

In secondo luogo, il modello di Marx resta sempre il solo ad unire una filosofia universalistica dell’ emancipazione con una teoria dei modi di produzione, e del modo di produzione capitalistico in particolare. Da Althusser, acetto la critica allo storicismo ed all’ economicismo, ma non certo dell’ umanesimo. Ritengo che quello di Marx sia un umanesimo rivoluzionario integrale. Non credo alle scienze della storia. Per me le sole scienze in senso proprio sono le scienze naturali. In modo scandaloso, ritengo che Marx sia il terzo ed ultimo grande esponente della filosofia tedesca, dopo Fichte e Hegel (per fare breve, ritengo Schelling un panteista romantico ed uno spinozista kantiano). Non penso affatto che Marx sia « materialista », a meno che si usi questo termine in senso metaforico, como triplice metafora di ateismo, di prassi e soprattutto di struttura contrapposta alla sovrastruttura. Ritengo addirittura Marx un pensatore tradizionalista, perchè si collega alla tradizione comunataria della filosofia europea, contrapposta alla innovazione individualistica ed atomistica moderna (Hobbes, Locke, Hume, Smith, e su Smith condivido l’approccio di Michéa). Considero Denis Collin uno dei pensatori marxisti francesi più interessanti, perchè ha avuto il corragio di criticare gli aspetti utopistici di Marx, simpatici ma errati, di fronte a cui in genere i « marxisti » si prosternano reverenti.

In poche parole, per essere veramente critici, e non solo critici apparenti e addomesticati, bisogna che la critica adotti quello che Descartes chiamava il dubbio iperbolico. Accontentarsi del vecchio e noioso dubbio metodico è da uscieri della filosofia. In una parola, ecco la mia definizione di marxista critico : colui che, fedele all’anticapitalismo radicale di Marx, estende la sua critica al livello del dubbio iperbolico, senza farsi spaventare dal potere inerziale delle posizioni errate consolidatesi in più di un secolo (e per errate, intendo errate soprattutto per storicismo e/o per utopismo). Il resto deve essere consegnato al dibattito. Che però, non è di fatto ancora neppure cominciato, nonostante alcuni coraggiosi pionieri (me ne viene in mente uno, il mio fefunto amico Georges Labica).

R/ Quali sono gli assi principali della tua critica al capitalismo ? Possiamo dire che la crisi attuale del capitalismo rende legittimo un progette comunista di superamento di quest’ultimo ?

Vorrei iniziare con due osservazioni preliminari, prima di affrontare la parte essenziale della tua domanda.

In primo luogo, non penso che esista qualcosa chiamato un « progetto comunista per il superamento del capitalismo ». Su questo punto resto fedele all’impostazione di Marx, che non credeva alla progettualità comunista, ritenendola una formulazione utopica. Il comunismo, ammesso che sia possibile (come peraltro io credo), ed ammesso che possiamo trovarci d’accordo anche solo sulle linee generali del suo profilo storico, economico, politico e culturale (il che, ovviamente, è ancora tutto da verificare), non è a mio avviso un progetto, ma è piuttosto un insieme di precondizioni economiche, sociali, e soprattutto culturali, che non mi sembrano affatto ancora maturate per ora, sulla basa delle quali poi gli agenti sociali concreti possono eventualmente innestare delle pratiche di superamento della sintesi sociali capitalistica. Spero che apprezzerai questa mia cautela definitoria. Il difetto dei gruppi comunisti di estrema sinistra è appunto quello, a mio avviso, di presentarsi davanti a militanti ed elettori con una sorta di « progetto », che si tratterebe ovviamente di applicare. Ma il comunismo non è mai un progetto da applicare. Se è un progetto, allora assomiglia come una goccia d’acqua al comunismo storico novecentesco recentemente defunto (1917-1991), che era appunto un progetto di ingegneria sociale dispotico-egualitaria sotto cupola geodesica protetta (l’espresisione è di Jameson). Si tratta di una concezione positivistica che trova la sua origine non in Karl Marx, ma in Auguste Comte. Nulla di male, ovviamente, purchè se ne sia pienamente consapevoli. Quindi, anzichè ripromettersi un impossibile « progetto » (già Spinoza metteva in guardia del concepire Dio come un soggetto che progetta la costruzione del mondo naturale e morale), cerchiamo invece di costruire le condizioni culturali e sociali all’interno delle quali, senza nessuna onnipotenza progettuale, i soggetti individuali e sociali possano esplicare le loro potenzialità (sempre in senso spinoziano : in Francia, avete la fortuna di avere eccelenti commentatori di Spinoza, come il mio amico André Tosel).

In secondo luogo, penso sia un errore collegare troppo frettolosamente le possibilittà di revoluzione anticapitalista con l’insorgere di una crisi strutturale del capitalismo stesso (come credo che sia quella in corso, scoppiata circa un anno fa). Due grandi precedenti storici non sono rassicuranti. La grande crisi capitalistica chiamata « grande depressione » del 1873-1896 ha dato luogo al periodo più controrivoluzionario della storia contemporanea (colonialismo, razzismo, imperialismo, antisemitismo, eccetera). Se poi passiamo alla grande crisi del 1929, essa ha dato luogo ad un periodo di controrivoluzioni, fascismo e guerre. Il comunismo storicamente costituitosi in Europa dopo il 1945 (non solo nei paesi dell’Est, ma anche in Italia ed in Francia), non è stato un prodotto della crisi economica, ma è stato un prodotto esclusivo delle vittorie militari dell’URSS. Quindi, anche se lo spazio non mi permette di approfondire il tema, considero incauto investire eccessive speranze anticapitalistiche sulla esistenza di una crisi capitalistica, sia pur grave e strutturale.

L’asse principale della mia critica al capitalismo si basa certamente anche sullo scandalo morale della diseguaglianza crescente e sullo scandalo culturale della manipolazione mediatica e della degradazione antropologica dei sudditi dell’individualismo assoluto, ma ammetto che questi non sono per me i due elementi filosofici fondamentali. L’alienazione ed il feticismo della merce sono cattivi, ma si è sempre potuto in qualche modo convivere con essi. Il problema fondamentale per me sta nella dinamica di sviluppo illimitado della produzione capitalistica, ed il fatto che l’infinito-illimitato (in greco antico apeiron, come nel frammento di Anassimandro) è il principale fattore di disagregazione e di dissoluzione di qualunque forma di vita comunitaria. D’altronde, io interpreto la stessa dinamica della filosofia greca classica come uno scontro fra l’elemento comunitario e l’elemento privato, più specificamente nella lotta fra classi subalterne che aspirano a savalguardare la coesione sociale ed economica della comunità, e classi superiori che mirano a dissolvere i legami comunitari, liberandosi dalle pendenze economiche verso la comunità, ed aprendo così le porte all’accumulazione crematistica, di cui Aristotele formulò già una critica radicale che non ha nulla da invidiare a quella che poi in diverso contesto formulò Marx (e si veda in proposito l’insuperata formulazione di Karl Polanyi).

Vorrei insistere molto su questo riferimento ai greci, perchè questo riferimento non viene fatto par arcaismo o erudizione, ma perchè la mia interpretazione di Marx ne viene direttamente influenzata. L’errore principale che si fa in genere sul comunismo è quello di ritenere che il comunismo sia una sorta di « affare privato » delle contradizioni specifiche del solo modo di produzione capitalistico, anzichè essere invece la specifica forma moderna (moderna= capitalistica) di una corrente della storia universale molto più profonda e di lunga durata, quella della opposizione sempre riemergente fra tendenza aggregativo-comunitaria-solidaristica degli uomini e tendenza individualistico-dissolutiva-privatistica di essi.

Questa, almeno, è la mia specifica concezione di comunismo. Da qui deriva, paradossalmente (ma è un paradosso di cui sono ben cosciente, e d’altronde Rousseau diceva già che fra paradosso e pregiudizio bisogna scegliere il paradossa) che Marx non solo è stato un filosofo idealista tedesco classico, ma è anche stato un grande pensatore tradizionalista classico, perchè ha simplicemente ridefinito e riformulato la tradizione comunitaria ed anti-individualistica (gia’fondata nei tempi antichi da Aristotele, e poi rinnovata e riproposta da Hegel in epoca moderna), in opposizione radicale con la novita’individualistica del capitalismo robinsoniano inglese, distruttrice di ogni fondazione comunitaria della societa’, fondazione che Locke metaforizzò sotto il termine di « sostanza » (ciò che sta sotto, appunto), e di cui Locke proclamò l’inesistenza, in quanto nella sua concezione la società, privata di ogni sostanza (metafora della comunità) veniva ridefinita in termine di rete di rapporti mercantili individuali. Hume completò l’opera sulla base della autofondazione integrale economica della’societa sull’abitudine allo scambio, eliminando ogni riferimento filosofico (il diritto naturale), ed ogni riferimento politico (il contratto sociale). Michéa ha completamente ragione nel dire che la contraddizione della « sinistra » sta nel negare le conseguenze del modello di Smith accettandone però i presupposti filosofici ed antropologici.

Il discurso sarebbe lungo, e devo qui interromperlo per ragioni di spazio. Ma ritengo sia gia’ chiaro che sono il portatore di una immagine radicalmente nuova di Marx e delle ragioni di fondo che legittimano una critica al capitalismo dopo l’insuccesso dell’esperimento del comunismo storico novecentesco realmente esistito, e dopo la scoperte delle aporie del modello originale utopico-scientifico di Marx (l’ossimoro ovviamente non è frutto di distrazione, ma è assolumente voluto ed intenzionale).

R/Ti interessi alla geopolitica e pensi che quest’ultima possa essere uno strumento utile ad una teoria critica del capitalismo ?

All’interno dell’universo simbolico autoreferenziale del profilo culturale della sinistra politicamente corretta, la geopolitica è considerata a priori di destra in quanto tale, indipendamente dalle sue differenti scuole e dalle sue diverse proposte. Questo fatto, apparentemente incomprensibile (la sinistra ha infatti nel suo pedigree maestri molto « realisti », da Machiavelli a Marx a Lenin) è dovuta ad una recente evoluzione della sinistra stessa dal realismo al moralismo, più esattamente dal relismo strategico al moralismo testimoniale programmaticamente e quasi voluttuosamente impotente. Questo fascino dell’impotenza moralistica testimoniale ha molte radici genetiche, fra cui le principali sono due. Primo, l’elaborazione del senso di colpa per gli aspetti eccessivamente « realistici » del comunismo storico novecentesco di recente defunto (realismi di Stalin, Mao, eccetera), che comporta un rovesciamento dialettico della violenza rivoluzionaria in moralismo testimoniale programmaticamente impotente. Secondo, il senso di impotenza progettuale dovoto al sovrastare minaccioso di una sorta di Dispositivo tecnico-economico intransformabile (il Gestell di Heidegger, l’Orrore Economico della Forrester, eccetera).

La geopolitica, ovviamente, no è né di destra né di sinistra, e fu sempre pratica da tutti, da de Gaulle a Roosevelt, da Hitler a Stalin. Il fatto di occuparsene, ovviamente, rappresente già un simbolico atto di resistenza intellettuale verso chi vorrebbe imporci una posizione puramente moralistico-testimoniale di condanna di ogni « realismo » in quanto tale. Mentre a suo tempo Marx cercò di andare oltre Hegel (se ci sia riuscito o meno, non può essere discusso qui per ragioni di spazio), la sinistra vorrebbe addirittura seppellire le critiche di Hegel alla cosiddetta « anima bella ».

La versione meno peggiore della geopolitica oggi presente sul mercato è quella detta euroasiatico. Per me questo non comporta affatto un’adesione ad una mistica euroasiatistica, che unisce la vecchia slavofilia all’idealizzazione dell’impero mongolo. Si tratta di una pura geopolitica di defesa europea dalla sua incorporazione nell’impero USA (Sapir, Todd, Samir Amin, eccetera). Ma indubbiamente Sarkozy e la Merkel remano contro, e quindi per ora il progetto (De Grossouvre, eccetera) non sembra attuale. Peccato, perchè personalmente lo condivido nell’essenziale.

R/ In questi ultimi tempi si è sviluppata quella che è stata definita come “Obamania”. In che modo analizzi questa nuova mania mediatica ? In modo più approfondito, ci vedi forse una nuova tattica dalla politica degli Stati Uniti ?

Non credo personalmente alla leggenda metropolitana cui Obama sarebe stato votato dagli americani espressamente per una operazione internazionale di lifting d’immagine, rivolta al resto del mondo ormai indignato per la politica e le idee di Bush. Gli americani sono il popolo più culturalmente introvertito del mondo, e comme tutti i popoli imperiali ed autoreferenziali, dotati di una ideologia messianica di « destino manifesto » su basi bibliche e veterotestamentarie (che fanno da base simbolica anche al loro appoggio integrale al sionismo), « se ne fregano » completamente di quello che il resto del mondo pensa. Votano a partire da se stessi, e dalla loro situazione economica. Ritengo che le cause della vittoria di Obama siano tutte interne agli USA, e derivino dello scoppio della grande crisi dell’estate 2008. I repubblicani avevano condotto la politica economica più oligarchica e disegualitaria dalla dichiarazione di indipendenza del 1776, e si è formata quindi un’alleanza sociologica ed elettorale fra lavoratori e parte bassa della classe media (lower middle class). Negli USA, credo che Obama sia questo, e solo questo. Chi si fa illusioni su di un cambiamento strategico nell’esposizione imperiale e geopolitica USA, credo che resterà presto deluso. La strategia imperiale USA è al di sopra di ogni pur importante cambio di immagine e di classe politico.

Questo, però, è Obama. L’obamania, invece, è un fenomeno europeo, fortemente pilotato dalla manipulazione mediatica, particolarmente televisiva. Il circo mediatico è certamente spinto da logiche interne di spettacolarizzazione, ormai fortemente autonomizzate dalla stessa committenza diretta politica ed economica. Gli europei sono diventati come i sudditi provinciali dell’impero romano. Una volta morto Vercingetorige, strangolato in un carcere romano (sorte molto simile a quella di Saddam e di Milosevic), i sudditti provinciali danno il dominio di Roma per scontato, e simplecemente auspicano che Marco Aurelo sostituisca Nerone. L’obamania, in poche parole, è un fenomeno culturale ispirato dalla volonta’europea di servilismo verso l’imperatore negro buono che sostituisce l’imperatore bianco cattivo, e anche dalla speranza degli intellettuali di sinistra che l’impero diventi « multilaterale » partendo da se stesso, e cioè dall’alto.

Nulla di male. C’è anche chi crede al crezionismo ed alla terra piatta. Ma prima o poi anche il bambino più ingenuo dovrà diventare adulto.

R/ Certi vedono svilupparsi con speranza l’esperienza bolivariana in Venezuela di Chavez. Cosa pensi di questo progetto « socializzante » ? Ha una sua originalità ?

Seguo ovviamente con partecipazione, solidarietà, interesse e speranza l’esperienza bolivariana del Venezuela, di cui apoggio completa-mente sia il solidarismo popolare sia la politica di independenza dagli USA. Questo è ovvio, e non richiede ulteriori specificazioni. Metto però in guardia del ricadere in un vecchio vizietto europeo, l’esotismo rivoluzionario latino-americano di compensazione per la propria pittoresca e protratta impotenza. L’esotismo cinese comportava cinque anni di studio di ideogrammi e di monosillabi diversamente pronunciati, mentre l’esotismo latino-americano appare più a portata di mano, in quanto comporta un semplice corso di tre mesi di spagnolo in un ambiente di « immersione totale ». Il povero Ernesto Che Guevara è diventato un icona pop dell’estetica post-moderna, e certamente non lo avrebbe voluto e meritato. I paesi andini hanno il problema della valorizzazione politica e culturale degli indios, situazione assolutamente non-europea anche se ideale per i viaggiatori politici europei. Se i portoghesi sono brasiliani tristi ed introversi, i brasiliani sono portoghesi allegri ed estroversi, ed io considero il Brasile in prospettiva il paese più interessante per noi europei. Tuttavia, non ho alcuna fiducia nel sindicalismo (vedi Lula), che considero un fenomeno politico poco interessante, a differenza del populismo carismatico (vedi Chavez), che è molto più interessante ed adatto alla cultura politica latino-americana (vedi le analisi di Buela, che condivido). Il populismo ha però un difetto, è cioè che si mantiene soltanto e fino a quando il caudillo popular è vivo ed in buona salute. Certo, meglio il populismo carismatico del partito unico di tipo comunista, data l’esperienza storica dell’ultimo secolo, ma questo non risolve la questione.

Chavez non è interessante per la sua cultura politica, che ripete vecchi modelli del populismo rivoluzionario anti-imperialista latino-americano (che personalmente ho gia’sentito negli stessi termini da studenti latino-americani di sinistra nella Parigi degli anni sessanta), ma per la funziona storica ogettiva che esercita. Dio lo benedica e lo conservi a lungo ! Economia mista, partecipazione popolare, rinuncia alla stupido « ateismo scientifico », collegamento alla tradizioni bolivariste (del resto, anche Guevara era un bolivarista). Tutto bene, finchè il prezzo del petrolio è alto. Chavez non è importante perchè è un modello, o perchè regala libri ad Obama. Chavez è importante semplicimente perchè esiste. Ed è già molto.

R/ Quale è la tua posizione sulla costruzione europea ? In Francia, i « sovra-nisti » respingono ogni idea di progetto politico europeo sovranazionale. Come ti situi in rapporto a questo dibattito? Pensi che sia possibile concepire un so-cialismo europeo ? Ed avrebbe allora una sua specificità ?

 I « sovranisti » francesi, che trovano nell’essenziale la mia appro-vazione e la mia solidarietà (sono qui in disaccordo con il caro amico De Benoist), rappresentano una versione di sinistra del gaullismo. Sono quindi un fenomeno quasi esclusivamente francese, in quanto fuori della Francia un vero gaullismo non è di fatto mai esistito. Io do di fatto un giudizio moderatamente positivo del gaullismo, al di là del suo profilo culturale conservatore (che ovviamente non è il mio), in quanto vedo l’aspetto principale della contraddizione europea (come vedete uso il linguaggio di Mao) nell’indipendenza dell’Europea dagli USA, e questo aspetto principale condiziona anche l’aspetto principale (per ora non lo è ancora) soltanto quando il primo aspetto verra’ risolto, e l’ultima base militare USA dovra’ abbandonare l’Europa. Nessuna democrazia ateniese può esistere con una guarnigione persiana o spartana sull’Acropoli. Sebbene io sia un ellenista, non c’è bisogno di essere ellenisti per capirlo.

L’Italia è un paese del tutto privo di aspirazione alla sovranita’nazionale (non ho qui lo spazio per mostrarne le cause, che si riassumono nel fatto che il fascismo ha trascinato nella sua meritata sconfitta anche la sovranità nazionale), per cui l’Italia non è un pays pauvre, ma è un pauvre pays. Triste, ma non privo di dolorosa verità.

L’Europa, a moi avviso, non è una nazione. Se pensassi che lo fosse, e che lo può diventare in tempi non biblici, sarei un europeista convinto. Ma non vedo perchè devo pensare di essere compatriota dei finlandesi, e non dei tunisini, degli estoni, e non degli egiziani. Mi basterebbe una bella confederazione di stati-nazione in Europa, magari aggiungendone pacificamente qualcuno per autodeterminazione (i baschi, ad esempio, che secondo me meritano un loro stato-nazione). In quanto ad un modello di socialismo europeo possibile (impossibile ovviamente con la NATO e le basi USA), esso non potrebbe che essere caratterizzato da un comunitarismo democratico, con la più completa libertà di espressione e di organizzazione politica costituzionalmente garantita. Roba, però, che appartiene al futuro. Per adesso, avrei votato « no » alla costituzione europea, come ha fatto un’intelligente maggioranza di francesi.

 

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20/10/2008

ORIENTACIONES NACIONAL-BOLCHEVIQUES 2003 y 2007

 La referencia que se hace al nacional-bolchevismo parecerá anacrónica para algunos. Sin embargo, aquellos que están interesados en la historia de Europa y en su destino, deberían considerar de otro modo este asunto. Nuestro continente vivió, durante el siglo XX, agitado por dos guerras civiles europeas, la primera revolución comunista, el decline de la supremacía económica y política de Europa en beneficio de los Estados Unidos, Alemania y, correlativamente a finales de siglo, el estallido del imperio soviético. De una manera o de otra, estuvo siempre concernida por el conjunto de estos eventos. Lenin lo consideró como llave de la revolución comunista en Europa y, de una cierta manera, como un detonante en la futura revolución rusa.


Fue en el periodo siguiente a la Primera Guerra Mundial que nace en Alemania el nacional-bolchevismo, lo hizo en el seno del KAPD (Partido Comunista Obrero Alemán) bajo la tendencia consejista de Hamburgo. De esta manera se desarrolla la teoría de «pueblos jóvenes», de «Nación proletaria» y de la convergencia con la revolución bolchevique, «orientación hacia el Este» (Moeller van den Bruck). Sin entrar en detalles sobre ésto, podemos afirmar, sin embargo, que el nacional-bolchevismo fue una alternativa pertinente al caos que se había desarrollado en el corazón de Europa. Alemania puso en juego la expansión de la revolución comunista hacia el Oeste del continente y la tentativa imperialista hitleriana desembocó en la bipartición de Europa bajo la hegemonía soviética y estadounidense. Los nacional-bolcheviques constituían la parte más radical, anticapitalista del movimiento de la Revolución Conservadora Alemana. En algunos puntos, tenían concepciones totalmente distintas. Fueron portadores de un alto concepto sobre Europa, algo innovador en sus tiempos. Fueron perspicaces sobre la decadencia del Occidente capitalista sometido a los valores mercantiles, no veían absolutamente nada malo en el comunismo soviético que se convirtió poco a poco en comunismo nacional. Cabe destacar que no reivindicamos ni excusamos los errores inherentes al comunismo soviético ni las propias de cualquier empresa humana. Sin embargo, sería en vano ignorar la complejidad de la realidad soviética. Las tendencias favorables para la constitución de un bloque eurasista tuvo su aparición en la URSS, idea que nos quedara para el futuro. Esta idea fue usada por los nacional-bolcheviques como ejemplo. Además, ésta se unió, en 1935, a la idea imperial y a la formación de un gran estado germano-eslavo, sobrepasando así el concepto de nación. Ernest Jünger escribió : «La palabra nacionalismo es una bandera, fuerte y usada para fijar claramente la posición de combate original de una generación durante los tiempos caóticos de transición; ya no es de ningún modo lo que creen nuestros amigos ni nuestros enemigos, es la expesión de un valor superior: designa una condición, nuestra meta». Así mismo, para nosotros, la nación puede ser un mito movilizador en la defensa de los intereses de los trabajadores de cara a los ataques incesantes, a la que sobreviven, por parte del sistema mundialista, la meta es la transformación de Europa en una idea imperial. Este proyecto puede parecer lejano, pero no es una fantasía si nos unimos a lo que llamamos: el nacional-bolchevismo.

¿Cómo concebirlo de manera razonable en nuestros tiempos?

Esta es la segunda parte de nuestra reflexión, y yace sobre el trinomio: Europa-Socialismo-Identidad. Un cierto numero de individuos, que han abandonado los clásicos caprichos nacionalistas de naturaleza derechista, hicieron referencia sobre Europa y sobre nuestra identidad sin, ni siquiera, interesarse por las posiciones nacional-bolcheviques. De hecho, se pusieron en un contexto de defensa de la identidad europea de cara a la inmigración extra-europea, todo ello culpando al mundialismo de destrozar las poblaciones. Como consecuencia de aquello, se plantea una reflexión sobre el renacimiento de nuestras raíces, patrias carnales y tradiciones. No se puede contestar a todo aquello que representa un interés en la perspectiva de la «larga memoria», pero no es más que una actividad de conservación. ¿Cómo poder unir el trinomio, del cual hablamos anteriormente, hacia una actividad política eficaz? Para ello, es necesario, aludir claramente al enemigo. Es posible, evidentemente, denunciar ciertos malos síntomas del sistema y reunir los descontentos. El combate contra la inmigración releva este dispositivo. Pero ¿Quién no quiere ponerle límites? Diabolizar la inmigración como lo hizo Guillaume Faye, con una visión fantasmal y etnicísta del Islam considerado que fue llevado a una ofensiva mundial contra las poblaciones blancas, parece, desde luego, reductor y sirve más a intereses americanos sionistas. El Islam no es causa de inmigración, ya no es más la causa de auto-destrucción europea durante el siglo XX. Es bastante conocido que los Estados Unidos jugaron bien sus cartas en cuanto a la descolonización, de manera hipócrita e interesada, lo hicieron en contra del poder europeo en Africa y utilizaron grupos fundamentalistas musulmanes en Algéria, la ex-Yugoslavia, Afganistán, el Caúcaso, y allí en donde sus intereses geoestratégicos estaban en juego.
Debemos, entonces, dañar el corazón del sistema, y ese corazón es el capitalismo. ¿Quién o qué entierra actualmente la identidad europea? ¡Es el capital!, ¿Quién o qué ha revolucionado el planeta? ¡Es el capital! ¡es el único sistema político-económico que ha tenido éxito llevando sus revoluciones hasta el límite! Después de haber destruido el feudalismo instaurando los Estados nacionales, los dinamitó. Sin embargo, aunque seamos crédulos de alguna que otra ilusión: el gobierno mundial llegará. En realidad, es la importancia de la hegemonía que causa esta ilusión. Esta hegemonía es la de los Estados Unidos. Son ellos los que llaman al mundo «unipolar», en el que subsistirán, desde luego, otros estados, pero fuertemente disminuidos a la imagen de la Europa tecnocrática que construimos con sus proyectos micro nacionalistas regionales. No haremos una prospectiva concerniente a futuras hegemonías competidoras, sabemos, únicamente, que el capitalismo no es un futuro viable para la humanidad y que se compone de una rica diversidad de identidades lingüísticas, étnicas, políticas, unidas a las grandes civilizaciones, incluso la nuestra, y que no queremos que desaparezca (como las demás) en una homogenización y/o bajo una hegemonía extranjera a nuestra identidad (siendo admitido que ésto es una herencia unida a un futuro abierto sobre las posibilidades reales).

¿Por qué el socialismo es una solución?

En primer lugar, ¡porque es históricamente europeo! No es necesario confundirlo con las formas de existencia social, más o menos comunitarias, que se han encontrado en el pasado ciertos aires culturales. El capitalismo industrial nació en nuestros muros, y apareció igualmente su antídoto. Los contra-revolucionarios ven en el socialismo un hermano gemelo del capitalismo, ambos gravitan sobre ideas de Derechos Humanos, de igualdad, de jacobismo, etc.


Es cierto, si consideramos que el capital engendró el socialismo, aunque no es una verdad obvia. En efecto, el socialismo es fruto del esfuerzo del mundo del trabajo para erradicar la alienación del hombre, engendrada por el desarrollo monstruoso del capitalismo, reduciendo a sus trabajadores a no ser más que fuerza de trabajo alienables, como cualquier otra mercancía. Sin olvidar que es el hombre, gracias a su labor, el que permite la valorización del capital que siempre busca, a causa de su forma de producción (problema de índice de beneficio analizado por Marx), un productivismo incrementado. Es la respuesta de trabajadores conscientes y organizados ante la explotación inherente a la relación social capitalista. En el siglo XIX, Francia estuvo en el corazón de la formación de la alternativa entre el socialismo y la barbarie capitalista. La respuesta estuvo a nivel del desafío, puesto por la amplitud de la nueva organización del trabajo, de conquistas técnicas, utilizadas para aumentar la productividad y la expansión del mercado a escala mundial. Es, entonces, inútil querer un capitalismo moderado, humano, etc. La lucha de clases es una realidad, es así aunque no la consideremos como la explicación última de la historia universal. Es ésto lo que nos distingue, entre otras cosas, del marxismo fosilizado tal cual se ha impuesto, poco a poco, en el seno del movimiento obrero. Marx pensaba que porque él había comprendido que el capitalismo albergaba las luchas de clases anteriores a su llegada y simplificaba éstas poniéndolas a su paroxismo último, concebía entonces, la solución a sus numerosas contradicciones, produciendo una clase social que no pudiera ser reconocida más que como última clase universal apta para la dominación, con el propósito de engendrar el fin de la dominación social y político-económica. En este sentido, Marx podría alegrarse del triunfo del libre comercio, único actor capaz de establecer las bases necesarias del comunismo. «Pero en general, en nuestros días, el sistema protector es conservador, mientras que el sistema de libre comercio es destructor. Disuelve antiguas nacionalidades e impulsa, hacia el extremo, el antagonismo entre los burgueses y el proletariado. En una palabra, el sistema de la libertad comercial anticipa la revolución social. Es sólo en este sentido, señores, que yo voto en favor del libre comercio.» (Discurso sobre el libre comercio). ¡Y decir que en nuestros tiempos, algunos acaban de percibir que el capitalismo es la mundialización del comercio! ¡Nuestros izquierdistas tienen ciento cincuenta años de retraso! ¿Por qué sus discursos de antimundialización –cada vez más suavizados en altermundialización- son siempre correlacionados a posiciones imigracionistas, feministas, etc.? pues porque no son más que el extremo derecho del régimen, lo que quiere decir que es la tendencia, la más libertaria, que sueña en un mundo que no estará más cargado por la pesadez humana, su resistencia, sus raíces, su historia. Es el sueño del capital financiero, que no será más que crecimiento exponencial mientras que los proletarios europeos serán reducidos a un nivel de existencia cercano al tercer mundo y que las miserias del planeta estarán invitadas a planificar la autogestión de su propia miseria como en los carnavales al más puro estilo de Puerto Alegre.


Somos socialistas, porque sabemos que nuestros ancestros fueron quienes produjeron las riquezas que Europa heredó. El capital se permite despojar todos los esfuerzos de generaciones sucesivas de nuestros pueblos (privatizaciones en todos los sentidos, expoliación de una infinidad de impuestos, etc.) a fin de proseguir su curso en la valorización y distribuir, subsidiariamente, las migajas a los inmigrantes o a las clases dominantes de sus países de origen para obtener así, una relativa tranquilidad social sobre el territorio nacional y poder continuar el curso del mercado en los rincones del planeta. (1).


Estamos ligados a la herencia de luchas ancestrales de los trabajadores europeos para rechazar esta lógica de menosprecio de los pueblos y en particular de sus clases laboriosas. La solidaridad de trabajadores entre naciones (2) no consiste en acoger, pasivamente, en nuestro suelo, a los pobres diablos reducidos por algunos en el rango de lumpen proletariat, y por muchos, en el rango de neoproletario atomizado. La mayoría de nosotros no disponemos de una consciencia de clase resultante de luchas organizadas contra el capitalismo (3), consciencia que tuvo su peso en nuestro continente. Podemos confiar que los representantes de la clase dominante han hecho antes una valoración cuando tomaron la decisión de llamar, cada vez más, a la inmigración esencialmente extra-europea. La generosidad burguesa encuentra sus límites en la valoración de su interés en la dominación.
No tenemos culpa alguna de haber mantenido antiguamente colonizados a estos pueblos. Los capitalistas sí, los trabajadores no. Es muy significativo de constatar como las bellas almas del sistema, aquellos que evocan el periodo de la colonización, olvidan singularmente la existencia de clases sociales para hablar sólo de Europa, de Occidente, del hombre blanco, como agentes de la explotación de pueblos colonizados. La finalidad de todos esos discursos antiracistas es: proletarios europeos quedaos tranquilos, dejaos sumergir en la idea de mundialización y de los desplazamientos de la población a fin de estar atomizados; mientras no os organicéis para luchar realmente en contra de este sistema incoherente. El capitalismo puede ser unas veces racista y otras antiracista según sus intereses.

¿Qué estrategia debemos utilizar para hacer tambalear el sistema?

Las representaciones que los hombres hacen de la realidad social forman parte de esta realidad. La representación política central de la mistificación capitalista democrática es la bipolarización política de la Derecha y la Izquierda, estando así ligada a los procesos de desarrollo del capital y acompañando esa dominación creciente en la sociedad después del siglo XIX. Sólo el capital ha podido alterar las formas ancestrales de existencia social desarraigando a los hombres y transformándolos en proletarios. La derecha siempre ha representado la retaguardia de este movimiento de destrucción bajo forma nostálgica o reaccionaria, según el caso y las ocurrencias históricas. La izquierda ha representado siempre la vanguardia de este proceso, con la idea de construir un hombre nuevo, más o menos sin apego a las escuelas y a las sensibilidades. En este sentido, fue más o menos inspirada por la idea comunista, teorizada por Marx, en detrimento de otros enfoques del socialismo (la escuela de Proudhon en Francia, Sombart en Alemania, etc.). La fuerza del marxismo reside en el proyecto de realización del hombre total que ha superado todas las alienaciones. Marx proyectó en un plan profano –para realizarla- una idea ancestral iniciática de reintegración del hombre y todas sus facultades desarrolladas y armonizadas. Este es el núcleo más fascinante de la doctrina. (4). Este aspecto no era extraño para las otras corrientes del pensamiento socialista, pero estuvo unida a una concepción de justicia social. Esta última preocupación no fue fundamental para Marx, quien estuvo interesado en la revelación del sentido de la historia material de los hombres. Ciertas formulaciones hacen creer que él la precibía, analogicamente, como el desarrollo de una ley natural, los hombres en su manera alienada no son totalmente conscientes de los resultados engendrados por su acción. Esto explica en gran parte la ideología y la práctica de partidos comunistas que accedieron al poder: el sacrificio relativo de ciertas generaciones en la óptica de un futuro radiante. Para nosotros el socialismo auténtico instaura la propiedad a un nivel adecuado al sistema de la producción moderna, bajo una forma de participación, de socialización y de dominio creciente sobre la economía. Es así que combate, particularmente, el capital financiero anónimo y cosmopolita. El Estado garantiza el crecimiento de la Nación (tenga la extensión que tenga. En un Estado o en una federación socialista europea, por ejemplo: lo esencial es el alcance de la soberanía política), dándole un futuro. Además, cristaliza un proyecto para la población, por la unión de la comunidad política, siendo ésta su idea, otorgándole una realidad substancial y efectiva. Por todas estas razones, decimos que todo combate por la identidad europea será en vano si no ponemos en el corazón de nuestra doctrina, la crítica del capitalismo y la opción socialista en un espíritu realmente patriota. Como el pensamiento de Niekisch, es necesario creer en un vínculo natural entre la lucha proletaria y la pasión nacional, lo que en nuestros tiempos estaría en un marco verdaderamente europeo (en las antípodas del europeísmo). No tememos evocar la lucha de clases sin hacerla absolutamente mítica, como lo hizo la extrema izquierda, holgazanes de la revolución que jamás hicieron nada más que el trabajo sucio que les mandaban sus empleadores capitalistas. Concentramos nuestra acción sobre el eje «Ni derecha, ni Izquierda» interviniendo en las luchas sociales. (5). Es igualmente de esta manera, que rendimos servicio a la causa de todos los pueblos sometidos en la trayectoria demente del capital.


«Sólo la voluntad de la lucha de clases, en tanto que el « órgano político y el receptáculo nacional de la voluntad de vida, libere a los pueblos. Ernst Niekisch. Lucha de clases.. 1932.

Notas.

1). «Designar por el nombre de fraternidad universal la explotación a su estado cosmopolita, es una idea que sólo podía haberse originado en el seno de la burguesía. Todos los fenómenos destructores que la libre competencia originó en el interior de un país se reproducen en proporciones gigantescas en el mercado universal.». Marx. Discurso sobre el libre comercio.
2). Es el internacionalismo el que no debe confundirse con el cosmopolitismo. El prefijo «inter» en latin significa: entre, en medio de… Fuente: Diccionario Latino-Francés, Gaffiot. Así que la solidaridad de los trabajadores entre, en medio de las naciones. ¡¿No es suficientemente claro?! . Cosmopolita : ciudadano del mundo, expresión utilizada por Diógenes, el cínico en la antigüedad. Muy a la moda en el siglo XVIII, conceptualizada por Kant. «a pesar que el romanticismo toma a menudo un carácter fuertemente nacionalista, el movimiento socialista, con Marx, se substituyó el internacionalismo proletario por el cosmopolitismo entendido como actitud propia de la burguesía y como ‘nihilismo nacional’.». Enciclopedia de Filosofía. LGF 2002. « Nihilismo nacional », ¿No les dice nada? [Nota de julio de 2007.]
3). No olvidamos la lucha grandiosa que ciertos militantes de países colonizados tuvieron contra el capital. Muchas de estas luchas no desembocaron en una solución viable a largo plazo, otras lo lograron parcialmente. Ciertas figuras lustres como Patrice Lumumba en Africa (poco se evoca en nuestros días y no es casualidad…) quedan en la memoria de los revolucionarios. [Nota de julio de 2007.]
4). Leeremos el tema sacándole mucho partido en el libro de Michel Henry : Marx. I. Una filosofía de la realidad. II. Una filosofía de la economía. Ed. Gallimard. Col. Tel. Enparticular, el volumen I, capítulo II, 3° teoría del proletariado y la revolución, en donde el autor muestra la herencia de la metafísica alemana (de la alquímia de Jakob Boehme, de Luther a Hegel pasando por la dialéctica, de sus diversos niveles de interrelación y de aplicación. «A su manera, el proletariado se adhiere en la historia dramática de los contrarios y lo cumple, cumple el sacrificio, el despojo de sí mismo, su pérdida completa que conduce a la redención, que constituye la reanudación y la reconquista del ser verdadero, la recuperación y la regeneración». Op. cit. T 1, p.144. [Nota de julio de 2007].
5). Es evidente que es de utilidad designarlo, podemos calificarnos como nacional-comunistas. [Nota de julio de 2007.]

 

ORIENTACIONES NACIONALES BOLCHEVIQUES II. Julio/Agosto 2007.

 « Las proposiciones teóricas de los comunistas no descansan ni mucho menos en las ideas, en los principios forjados o descubiertos por ningún redentor de la humanidad. Son todas expresión generalizada de las condiciones materiales de una lucha de clases real y vívida, de un movimiento histórico que se está desarrollando a la vista de todos ». Marx. Manifiesto del Partido Comunista.

A propósito de una cuestión de terminología.

I

El término nacional bolchevismo junto a aquello que escribimos en 2003 (“Orientaciones Nacionales Bolcheviques I”) lo comprenderemos como un sinónimo de nacional comunismo, expresión que nos parece la más apropiada para dar a entender la posición crítica de los comunistas revolucionarios de cara a la situación actual, la mundialización y su correlato ideológico, el mundialismo (declinado bajo diversas formas de derecha y de izquierda).

II

Una explicación es necesaria (bajo la forma de un breve viaje hacia el pasado) concerniente a la adulteración de ciertos términos durante el siglo XX. Durante los años 30 y 40, en Francia, el Partido Nacional Comunista de Pierre Clémenti se transformó, durante el periodo de colaboración, en Partido Nacional Colectivista. Esta formación fascista de derecha no puede, en ningún caso, ser considerada como nacional bolchevique o nacional comunista. Sus opciones anti-marxistas y anti-eurasistas, muy  cercanas al imperialismo hitleriano, la sitúan en las antípodas de la tradición revolucionaria que defendemos. Durante la misma época, los nacional-bolcheviques alemanes sobrevivieron a una terrible represión por parte del sistema nacional socialista. Del mismo modo, algunos, con el fin de sembrar la confusión, unieron el Frente Negro de Otto Strasser al nacional-bolchevismo. Esta organización que estaba, en efecto, opuesta al nacional socialismo –algo que le honra-, no fue más que una formación socialista nacional de tipo reformista, no reconocía la existencia de la lucha de clases  (jerarquización esencial). Para terminar este punto, señalamos la existencia, en estas últimas décadas, de grupos cualificados para los medios oficiales o, incluso, para ellos mismos, los nacional-bolcheviques. Es, igualmente, una superchería identificar el socialismo de izquierdas (conocemos la apreciación crítica de Niekisch sobre esta corriente, y su total rechazo) con el nacional comunismo. La ausencia de referencia, por parte de estos grupos, sobre la lucha de clases y el problema de la valorización del capital, demuestra su confusión doctrinal, una auténtica oportunidad para la clase dominante.

¿Dónde estamos?

La posición nacional comunista se recubre, paradójicamente en apariencia, de un carácter de actualidad y de necesidad política. El bloqueo del Este no está destruido «solamente» por un efecto sistemático o estructural, contrariamente a lo que afirma la propaganda de historiadores y de sociólogos burgueses, tendiendo a mostrar que el «comunismo no es viable» o que oprimía a los «ciudadanos», a «la sociedad civil» o a las «nacionalidades».  A lo más que llegó, es a ser un «bello ideal» (propaganda de «Lutte Ouvrière», partido francés de extrema izquierda). El rol de una burguesía de Partido y de un mercantilismo anti-nacional  ha sido determinante (una vez más los informes de clases). Se han liquidado (factor, desde luego, no exclusivo) las conquistas de la Revolución de Octubre (problema del periodo post-staliniano). Paralelamente a su ofensiva en el Este, el capital empezaba una restructuración al Oeste, volviéndose necesario a partir del momento en donde su proceso de acumulación, posibilitado por los efectos a largo plazo del plan Marshall, comenzaba a agarrotarse. La carrera desenfrenada de nuevos mercados estaba lanzada a todos los niveles ; el capital buscaba la valorización al menor costo, ya sea en las operaciones financieras a corto plazo, o en las inversiones del país a bajo costo salarial (descentralizaciones). De hecho, el proletariado pasó de sentir de lleno el azote en todos los países a los efectos desastrosos de la mundialización. En este contexto, las clases intermediarias están igualmente sacrificadas sobre el altar del capitalismo internacional. Europa no es más que un vasto mercado sin proyecto geopolítico y el planeta entero una caza vigilada del gran depredador sionista americano. El marco de la nación debe, entonces, aclararlo con el fin de salvar la existencia de las clases dominantes.

De cara a esta situación, los auténticos antimundialistas reactualizan el combate por la Nación, no desde una óptica nostálgica, étnica, nacionalitaria (lucha por las nacionalidades del siglo XIX), irredentista, etc., pero si dentro de una estrategia de resistencia a un gran número de explotaciones y de ofensivas para imponer una orientación política anticapitalista. Los nacional-comunistas son el hierro de la lanza de esta ofensiva y muestran que la lucha de los proletarios no es indiferente a la suerte de su nación. « Por su forma, aunque no por su contenido, la campaña del proletariado contra la burguesía empieza siendo nacional». Marx. Engels. Manifiesto del partido Comunista. No hay proyecto socialista viable a partir del momento donde la burguesía llegaba a disolver a los trabajadores, es decir sus puntos de referencia, en el reinado absoluto de la mercancía. Los proletarios ya no tienen patria, dice «El Manifiesto»,  pero les es necesario conquistar el poder político, erigirse en clase dominante de la nación a fin de tener una patria socialista, garantía de una existencia que conquistar, y aquello, porque no más tarde, en una federación socialista europea, una unión de repúblicas socialistas de Europa. Se quiera o no, la política no se desvanecerá de un día para otro.

 

· Las tareas políticas actuales y las venideras.

I

Sobre el plan doctrinal, no paramos de decir que es necesario destruir la falsa división entre derecha/izquierda. La propaganda política debería insistir en ello. Hace falta desenmascarar las intenciones de la clase dominante y las incomprensiones ideológicas que se manifiestan a través de las diversas apariciones concretas de la derecha y la izquierda. La expresión de «Revolución conservadora» que apareció en la Alemania de Weimar tuvo interés. Era premonitorio, en este sentido, anticipó el movimiento de autonomización del capital que no dejaba subsistir en el ser más que sus propias presuposiciones y que se oponía a ello la solución revolucionaria y el mantenimiento de valores éticos y culturales inherentes a aquello que es propiamente humano tanto por las particularidades como por la universalidad. Este ejemplo aclara, entonces, nuestra crítica de conceptos de derecha y de izquierda. Si se tratara de «valores», podríamos reconocer el buen fondo de ciertos valores provenientes de la derecha o la izquierda, pero verdaderamente no se trata más de actitudes políticas, aunque si de referencias éticas. Es necesario, entonces, plasmarlo en un plan político, de apuntar hacia lo esencial. Los conceptos utilizados deben servir para designar la práctica de individuos activos, productores de informes de clases, de su evolución y no de aquello que ellos se imaginan, representando así su objetivo (función de ideología). El nacional comunismo es la puesta en práctica de la crítica del sistema y de sus representaciones autojustificadoras, nada más ni nada menos. 

II

Parece curioso afirmar que el proletariado debió apropiarse del poder político. Si lo hubiese hecho, el proletariado habría,entonces, desaparecido. Si queremos decir que ya no parece más a aquello descrito en el siglo XIX, por ejemplo, para F. Engels en «la situación de la clase obrera en Inglaterra», es un truismo. Lo contrario sería extraño. Sin embargo, nos imaginamos que la burguesía vive de la nada y que las instituciones políticas son asunto de filántropos, todos ocupados de la salud de las almas. Estas trampas para ingenuos tienen por función hacer olvidar la complejidad de informes sociales de explotación en las sociedades postmodernas y la eficacia del control político e ideológico sobre la masa explotada y alienada. Todos presentan la mundialización como inexorable y así, neutralizan toda forma de oposición política.

El poder político no es, para nosotros, una manera de administración óptima. Las clases no son entidades sociales trascendentes ni objetos sociológicos exteriores a individuos que viven en situaciones concretas. Representan las condiciones de acción y de existencia de individuos particulares que viven en condiciones similares. Estos se encuentran y tienen aspiraciones comunes. «En la ley, escribe Marx, los burgueses deben saber darse una expresión general, precisamente porque ellos dominan como clase ». Se organizan políticamente gracias a instituciones, partidos, etc., adquieren así, una unidad verdadera más o menos realizada/realizable, conciben y pretenden su unidad ideal. Tienen por consiguiente una larga experiencia histórica como ventaja. Es éste el dispositivo político ideológico que debemos dinamitar. La ventaja que la burguesía posee sobre el proletariado, en cuanto a la consciencia de su situación, se basa sobre la consciencia del mantenimiento de su condición y de los medios que dispone sobre este aspecto. Pretende la reproducción óptima de esta última : la ley y el poder político están a su disposición. En la destrucción del viejo mundo, los proletarios, según una expresión muy conocida, no sólo tienen que perder sus cadenas, pero si ganar un mundo. Esa es precisamente la dificultad. Ellos tienen una consciencia de clase que elaborar: «El concepto de clase, que implica la toma de consciencia por sí misma, se convierte en un concepto político, cuando esta toma de consciencia se ha efectuado, cuando la clase piensa por ella misma y se da por aludida como una unidad, cuando piensa y actúa como tal». Michel Henry. (2). Para el proletariado, ésto supone  la elaboración del sentido (y de medios para conseguir) en una ruptura con la dominación del capital.

III

Actualmente, ¿cuáles son las condiciones de la puesta en práctica de una acción política propia de los trabajadores? La mayoría de las formaciones políticas concuerdan con el mantenimiento de la dominación capitalista. Existen respuestas «marginales» que se sitúan en polos opuestos de la palestra política. Se trata de insistir sobre la fractura por la cual el bello edificio del sistema podría agrietarse. Esto es el antimundialismo consecuente (y no el altermundialismo). Concretamente, se puso antes la unión de clases de la población, la más afectada por el proceso de la mundialización, es decir por la liberalización, las privatizaciones, los afectados a la soberanía nacional y a la puesta a disposición del poder político de Francia al servicio del eje americano-sionista. Aquellos que se encuentran en estos puntos esenciales deben unirse políticamente con el fin de crear la fuerza capaz de invertir el curso de las cosas. Es, por otra parte, necesario que el proletariado forje sus propias armas a fin de ser, poco a poco, la fuerza política hegemónica en el seno de este proceso sin excluir ciertos elementos pertenecientes a las clases intermediarias «frágiles» por la mundialización. “Los trabajadores no tienen patria. Mal se les puede quitar lo que no tienen. No obstante, siendo la mira inmediata del proletariado la conquista del Poder político, su exaltación a clase nacional, a nación, es evidente que también en él reside un sentido nacional, aunque ese sentido no coincida ni mucho menos con el de la burguesía. ». Marx. Manifiesto del Partido Comunista. (3).

En nuestros días, una defensa real de los intereses del proletariado, pasa por la recuperación de la independencia y de la soberanía nacional comprendida como obstáculo a la dominación sin sombra del capital.  El marco de la nación no es neutro, puede servir de elaboración de formas de existencia sociales deferentes a aquellas vividas hasta ahora. Este es el sentido de lucha de los nacional-comunistas.

JULIO 2007. 

NOTAS.

1). Marx. Economía. T1. P. 172. Ed. Gallimard. Col. Pléiade.

2).  Michel Henry. Marx. T1. Una filosofía de la realidad. P. 236. Ed. Gallimard. Col. Tel.

3).  Marx. Op. citada. P